Venerdì 15 novembre abbiamo incontrato la pluripremiata scrittrice franco-camerunese Léonora Miano a Milano nell’ambito di BookCity, quando ha presentato il suo ultimo Romanzo La Stagione dell’Ombra – Prix Femina in Francia. In questa occasione abbiamo potuto intervistarla, e ci ha spiegato come mai non vuole parlare di razzismo con le persone bianche.

Guarda l’intervista!

Riportiamo la trascrizione dell’intervista:

Perché non voglio parlare di razzismo?
La verità è che dipende da chi me lo chiede. In generale, quando una persona bianca va da una persona nera per parlare di razzismo, è perché mi metta a piangere e dica in che modo sono vittima di razzismo.

Ma io non sono una vittima. Io penso che le vittime del razzismo siano i razzisti, ed è a loro che si dovrebbero fare delle domande. Non a me. Io devo vivere. Sono qui per vivere la mia vita in tutta libertà ed è quello che faccio.
Io dunque rifiuto in generale tutte le conversazioni che mi mettono in una posizione di inferiorità. Perché è spesso così: è una situazione di inferiorità.
Se voglio parlare di razzismo, sono io che decido quando e come. Non mi si deve fare la domanda. Sono io che voglio parlarne e ne parlo, ecco.

Per me è molto semplice: è come fare delle domande a una persona che ha dovuto affrontare della violenza. Domande riguardo a quella violenza. Se non ha scelto di parlarne e se siete voi che ponete la domanda, quello che fate è obbligarla a rivivere questa situazione, questa violenza.
E molto spesso voi la definite, prima di tutto, come una vittima di quella violenza.

Dunque io mi rifiuto di essere messa in quella situazione. E spero che le persone che fanno parte di minoranze che vivono in Italia comprenderanno questo e rifletteranno su come rivendicare i loro spazi. Non bisogna mai mettere se stessi in una posizione d’inferiorità. Non bisogna definirsi in base all’azione negativa che gli altri fanno su di te o attraverso lo sguardo negativo che gli altri hanno su di te.

Perché quando fate ciò, quello che fate anche se non ne siete consapevoli è confermare la loro posizione di dominazione. Ma io non sono un essere dominato.

Qual è il mio modo di farmi carico del razzismo?
Il razzismo non è il cuore del mio lavoro, per niente. L’unico testo nel quale si può dire che veramente me ne son presa carico è stata un’opera collettiva che ho deciso di dirigere due anni fa dopo alcuni casi di brutalità della polizia in Francia che avevano portato alla morte di individui e a delle sevizie irrimediabili, e questo caso coinvolgeva la dimensione razziale, ma è l’unica volta in cui come autrice mi sono pronunciata su questo soggetto, perché io credo davvero che non sia il mio problema.

Deve essere il problema delle società che hanno avuto bisogno di definizioni sulla razza.
Bisogna che si chiedano perché ne abbiano avuto bisogno e perché ci siamo ancorati.
Non sono stati gli africani dell’Africa subsahariana che hanno deciso di essere neri, ma qualcuno che è venuto da fuori e che ha deciso che eravamo neri. Il fatto di essere neri ci metteva in una condizione non solo di esseri inferiori, ma di esseri subumani.

Dunque, le persone che hanno fatto ciò sono loro che devono chiedersi perché ne hanno avuto bisogno,
come questo gli ha trasformati e cosa è rimasto di tutto questo dentro di loro.

Io non posso occuparmi di questo.
Non è il mio problema.
Non posso stare a curare quelle parti dell’animo umano.

Posso semplicemente porre questa domanda: perché ne avete avuto bisogno? Perché ne avete avuto bisogno? Cosa voleva dire definirsi bianchi davanti agli altri? Cosa vi ha reso? Cosa fa di voi oggi? Vi definite ancora in questo modo? Guardate ancora gli altri come appartenenti a una specie di infra-umanità?
Ma non è il mio problema.
Dunque, non entra nel mio lavoro di scrittrice, i miei libri affrontano poco questi argomenti. Perché giustamente questo vi porta ad abitare una visione del mondo che non è la vostra e a mettervi nel mondo in un modo che alla fine non è centrale.
Perché io reputo che nel momento in cui dico una parola questa sia valida e ha tutta la legittimità di essere centrale come quella di chiunque altro.
Questo è il motivo per cui non mi occupo direttamente di razzismo.

Il suo ultimo romanzo, edito da Feltrinelli,  ci fa conoscere la storia della Tratta Transatlantica attraverso le vite delle persone che hanno vissuto il tempo pre-coloniale. Un mondo sull’orlo della scomparsa, una civiltà precoloniale con radici che affondano nei secoli. Léonora Miano racconta un una dimensione che si regge sul culto dei morti e degli antenati, in cui la riflessione sulla condizione femminile attraversa buona parte del romanzo. Qui di seguito l’autrice racconta il suo romanzo.



Articolo pubblicato in Articoli, il 24 gennaio 2020