Il 16 novembre 2019 Chimamanda Ngozi Adichie ha ricevuto il Premio Speciale Afriche BookCity durante l’evento pubblico al Teatro dell’Arte di Milano.

Ndack Mbaye ed Esperance Hakuwzimana, scrittrici afroitaliane e Associated Experts di Razzismo Brutta Storia, hanno avuto l’opportunità di incontrare Chimamanda alla Conferenza Stampa prima dell’incontro.

Qui di seguito alcuni passaggi importanti della serata, con la riflessione di Igiaba Scego, e le riflessioni di Ndack Mbaye.

L’Incontro a BOOKCITY

Le e gli Afroitaliani sono ancora invisibili. Ho scoperto che chi nasce in Italia da genitori Africani non può avere cittadinanza fino a 18 anni, e lo trovo ridicolo. Le persone italiane nate da genitori Africani non sono trattate nello stesso modo di chi ha genitori europei, e c’entra con la loro Africanità, con il colore della loro pelle. Io voglio conoscere le loro storie. È urgente che trovino spazio.

(Dal pubblico): THANK YOU!

Sapete..sentirmi dire “Thank you!” da Italiane e Italiani Neri nel pubblico…mi fa sentire triste. Mi rende triste… Sì.

 

Il commento di Igiaba Scego:

“La storia degli afroitaliani non è silente, questo è molto importante da ribadire. Ed è importante che questo lo capiamo soprattutto noi che abbiamo background “africano” (varie Afriche) e siamo in pieno anche italiani.

Ho appena scritto un saggio accademico sulla nascita e lo sviluppo della letteratura afroitaliana e so quanto la scrittura degli afrodiscendenti (ma allargherei ad una pluralità migrante che in Italia va dall’Albania al Brasile, dallo Sri Lanka al Bangladesh) deve al lavoro di pionieri come Pap Khouma, Salah Methnani, Kossi Komla Ebri, per poi arrivare a quel capolavoro che è Madre Piccola di Cristina Ali Farah, alle opere di Anilda Brahini, Amara Lakhous, Gabriella Ghermandi, Ornella Vorpsi, Gabriella Kuruvilla, Tahar Lamri, Karim Metref. C’è una storia in letteratura, una storia plurale, che non è stata silente, una storia fatta da migranti e figli di migranti, che ha lottato contro le barriere di colore che sono state imposte da un sistema Italia sordo alla pluralità.

Quello che dobbiamo raccontare a Chimamanda e a tutti che esiste la storia afroitaliana e in generale esiste la storia plurale di chi ha background migrante. Una storia che si è forgiata nelle lotte sindacali contro il caporalato, nelle lotte in piazza per la cittadinanza, nella presa di posizione contro gli omicidi a sfondo razziale (Fermo, Firenze, Macerata), nella lotta contro l’oblio coloniale, nella rivendicazione dei richiedenti asilo contro uno stato italiano che nemmeno si ricorda di aver colonizzato quelle terre… ricordiamo la manifestazione degli eritrei all’indomani del 3 Ottobre, poi le occupazioni ecc. Una storia che ha dei luoghi, dei nomi, dei simboli. Una storia che va da castel Volturno a Lampedusa, da Piazza di Montecitorio a Piazza Mancini, da Ventimiglia a Milano. Insomma penso che la nostra storia plurale ci sia eccome. Purtroppo è una storia difficile. Ma c’è. Come noi ci siamo. Ed è una storia intergenerazionale.

Ora gli spazi si sono ristretti molto. C’è un’onda reazionaria che ha preso il sopravvento, ma ecco noi che siamo quelli che non sono consideati considerati DOC, più che l’ascolto dobbiamo strappare i nostri spazi a morsi, perchè non ci darà niente nessuno.

La prossima volta che viene Chimamanda Ngozi Adichie e ogni volta che viene qualcuno da un’altra afrodiscendenza dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia, della nostra lotta, senza nasconderci le enormi difficoltà. Loro non ci conoscono e giustamente rimangono sconcertati dalla mancanza di cittadinanza (una vergogna per lo stato italiano) ed è nostro dovere raccontarci, ma soprattutto creare ponti con le loro problematiche, perchè – con diverse sfumature – viviamo alla fine la stessa discriminazione. Abbiamo fatto Future soprattutto per questo, un libro che è insieme denuncia e futuro.

Io poi detto tra noi spero più pluralità in tutti gli ambiti. In letteratura leggere romanzi, poesie, saggi di questa pluralutà italiana che va dalla tunisia al Bangladesh. E si di vedere il resto d’Italia meno bianco, meno maschio. Ma per arrivarci so che dovremmo lottare duro noi.”

Chimamanda Ngozie Adichie and me – di Ndack Mbaye

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Non ho apprezzato Chimamanda dal primo momento. Mi è stato regalato un suo libro tanto tempo fa e ce ne ho messo altrettanto prima di aprirlo, o meglio, prima di aprimi alla sua autrice.

Ho sempre visto in Chimamanda solo un ruolo iconico, la solita manifestazione di una certa società bianca e occidentale di creare entusiasmi dal nulla, utili all’appropriazione di immaginari e battaglie altrui.

Mi stancava più di tutto il pensiero del “Manifesto”, la forte simbolizzazione di una persona sola, chiamata a rappresentare e innalzare di per se stessa un insieme definito di persone e a, ancor di più, gli accoliti di un certo movimento antirazzista, tanto retorico quanto perennemente alla ricerca di pacche sulla spalla.

Aprirmi a Chimamanda, ascoltarla, parlarci e, soprattutto, condividere questo momento con chi è portatore del mio stesso profilo identitario dato dalla nerezza, è stato riappacificante. Una sorta di cura collettiva, capace di portare beneficio senza sensazionalismi ma grazie al solo potere salvifico dello specchiarsi in altri.

A dire il vero, riconoscersi e galvanizzarsi in quanto rappresentanti di un habitus sociale diffuso mi è sempre sembrato triste: una limitatezza tipica di chi ha smesso di ricercare la propria unicità. Che è anche questo, a conti fatti, un habitus: possiamo identificarla con l’adolescenza. A un certo punto, però, si riscopre il valore di essere individui calati all’interno di un contesto collettivo e che la nostra stessa identità è data dall’intersecazione di più piani identitari, che condividiamo con altri.

Abbiamo condiviso con Chimamanda la difficoltà estenuante di essere prosciugati, voracemente e pornograficamente. E anche il dolore svuotante di essere rigettati, vomitati con disgusto. E, ancora, di cercarci e ritrovarci nei resti lasciati a terra da questo moto ondoso, ma anche di costruirci con pezzi nostri, sottratti alla marea.  Perchè Chimamanda fa questo, scrive. Che vuol dire che pensa, parla ma il suo gesto di liberazione è scrivere. L’atto dissidente è semplicemente ciò che è, il fattore che colora e connota il suo gesto. Una militanza che persiste, con la sola presenza del corpo che si impone e si guadagna uno spazio in cui essere.

Un’esigenza che la stessa Chimamanda ha rimarcato anche in risposta a domande, alcune scontate e altre inaspettate, praticamente tutte connotate dalla ben conosciuta incapacità di molti corpi bianchi di vedere la scrittrice oltre al suo corpo nero – che certamente non può e non deve essere scissa, ma che si porta dietro, come una zavorra, l’insostenibile pesantezza  del vuoto gettato sul suo corpo.

 

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Articolo pubblicato in Articoli, il 18 novembre 2019