Il Sindaco Beppe Sala  esce sul magazine del Corriere della Sera “Style”, con un’immagine che svela l’assoluta mancanza di consapevolezza su cosa voglia dire vivere [da uomo bianco] in una società multiculturale. Un gruppo di Donne Nere Italiane risponde, con pazienza encomiabile e approccio costruttivo, e spiega perché questa immagine e testo rappresentano un’offesa profonda, che fa male. Chiunque trovi l’errore in questa immagine “discutibile”, è invitato a tacere e ascoltare la voce e la verità delle esperienze di chi il razzismo lo vive sulla propria pelle. Grazie  alle autrici di questa lettera per il vostro lavoro. Leggiamo e diffondiamo!

 

🔴LETTERA APERTA DI UN GRUPPO DI DONNE NERE ITALIANE 💥

Alla cortese attenzione del Sindaco #BeppeSala e del team editoriale per la rivista Corriere della sera – Style

Gentilissime e Gentilissimi,
Permetteteci di presentarci: siamo Donne Nere italiane, cittadine di un paese in cui molte di noi sono nate e cresciute, e del quale vorremmo poterci sentire sempre parte integrante, non integrata, come accade ancora molto spesso.

Vorremmo essere sempre soggetto della nostra rappresentazione, narrazione mediatica e agenda politica e non un mero oggetto o un’immagine strumentalizzata all’occorrenza.

Per tali ragioni, ci è sembrato necessario, e doveroso, scrivere a Lei, Sindaco Sala e al team editoriale di Style (Corriere della Sera) in riferimento alla foto pubblicata il 24 aprile scorso che ritrae proprio Lei, Sindaco, seduto, in compagnia di un bambino, bianco, posizionato alle Sue spalle ed una Bambina, Nera, collocata ai Suoi piedi.

Partendo da quella che è la prospettiva di noi Donne Italiane e Nere, ma anche di tutte e tutti coloro che sono coinvolte/i nella vita, la crescita e l’educazione di bambine/i nere/i, scriviamo per esporvi in maniera sincera e sentita la nostra criticità in merito all’immagine, per fornirvi un’analisi di chi, a suo tempo, è stata quella Bambina ed è oggi madre di una bambina simile, ed infine, per avanzare delle proposte volte ad attivare un reale dialogo inclusivo e multiculturale, evitando di ritrarre determinate categorie in modo offensivo e deleterio.

L’immagine pubblicata raffigura un uomo bianco e potente, Lei Sindaco Sala, seduto su una sedia. Alle Sue spalle si vede un bambino bianco, in posizione eretta, mentre ai Suoi piedi, seduta a terra che Le abbraccia teneramente la caviglia, si vede una Bambina Nera, rappresentata quasi fosse un docile cagnolino. Se per una determinata fascia di Milano e dell’Italia, l’immagine rispecchia il messaggio di una “Milano aperta”, Noi, Bambine, Ragazze, Donne Nere abbiamo colto un simbolismo molto diverso, che fa riferimento a codici visivi e culturali propri di una tradizione coloniale e patriarcale che, storicamente, ha collocato il soggetto Femminile Nero ai gradini più bassi della scala gerarchica sociale. Guardando questa foto, noi, le dirette interessate, Donne Nere, Afrodiscendenti e Italiane, non abbiamo potuto fraintendere: questo posizionamento della Bambina Nera ai piedi di un uomo bianco non è un’immagine neutra, ha un significato storico fortemente connotato, un significato ed una storia, purtroppo, non conosciuta da Paolo di Paolo, il team editoriale di Style e da Lei Sindaco.

Fin dai tempi della schiavitù nelle Americhe, per arrivare al più recente colonialismo italiano, le donne nere non sono state considerate donne bensì “femmine”, adatte a relazioni sessuali ma sprovviste dell’essenza femminile attribuita esclusivamente alle donne bianche. A tal proposito, per esempio, è bene ricordare che molti casi di violenze sessuali commessi da uomini italiani ai danni di bambine (e bambini) in Africa Orientale, anche se denunciati e portati in tribunali, spesso tali crimini non venivano puniti poiché il corpo di una donna, o bambina nera, non aveva lo stesso valore del corpo di una donna bianca e, dunque, non meritava la stessa considerazione né rispetto. Questo è stato confermato, seraficamente, anche dal celeberrimo giornalista e storico Indro Montanelli, che per rispondere ad accuse di pedofilia, data la natura sessuale della relazione intrattenuta per diverso tempo con una bambina abissina di dodici anni, disse, a tal riguardo: “Scusate ma in Africa è differente”.

La foto in questione, inoltre, si accompagna al seguente messaggio: “Milano città aperta, tollerante ma attenta alle regole”. Coloro che non vedono il torto in questa foto e nella didascalia, partendo dall’autore stesso dello scatto, il fotografo Paolo di Paolo, Lei, Sindaco, e il team editoriale di Style hanno effettivamente ragione di non vederlo, perché non sono i soggetti in questione. Essere ciechi di fronte a situazioni razziste capita poiché, talvolta, certi dettagli molto chiari agli occhi dei soggetti razzializzati, sfuggono a chi, anche tra i più volenterosi è sprovvisto di “lenti adeguate”, per così dire, in grado di vedere, o cogliere, certe informazioni. Anche se la razza in sé, come fenomeno biologico non esiste, ed è dunque insensato classificare gli esseri umani in base ad un’idea scientificamente non veritiera, le micro aggressioni quotidiane di matrice “razziale” subite dai soggetti razzializzati, esistono e sono reali.

Tali dinamiche, che si basano su un significato storicamente attribuito a certi tratti fisici, come il colore della pelle ed alcuni tratti somatici, in grado di definire un certo gruppo di persone, si manifesta in gesti apparentemente neutri, o addirittura pensati come positivi, come la foto in questione. Tuttavia, la presunta neutralità o “buona intenzione” di tali gesti o parole producono risultati controproducenti, in quanto contribuiscono a ricalcare la cosiddetta “linea del colore”, quella linea tra bianco e nero, in grado di stigmatizzare, umiliare, ed escludere una certa parte della popolazione da alcuni diritti fondamentali, tra cui il diritto alla rappresentazione. In ultima battuta, ci preme ribadire che la scelta dell’aggettivo “tollerante” corrobora la linea di pensiero e d’azione secondo la quale un determinato gruppo di persone, aventi diritto ai benefici della cittadinanza, si trova a dover sopportare una presenza scomoda di persone considerate “diverse” e prive di voce nello spazio sociale e politico.

Riteniamo che se l’obiettivo di Milano sia davvero quello di proporre un’apertura su vari fronti, la scelta del vocabolario di riferimento dovrebbe essere accurata. In tal senso proponiamo “multiculturale” per veicolare il messaggio di una Milano multietnica ed entusiasta della ricchezza derivante dalle molteplici culture che la compongono, e per incoraggiare un rapporto paritario di scambio reciproco di conoscenze teso alla convivenza armonica.

Conclusione e proposte:
Poiché crediamo realmente nella multiculturalità e crediamo di doverci implicare attivamente nella costruzione del dialogo e dell’inclusione, abbiamo pensato delle proposte concrete volte a decostruire i pregiudizi che ledono al nostro vivere in comune. È opportuno che il gabinetto di una delle città più importanti d’Italia, e la redazione di una delle testate più diffuse del paese, si dotino di persone competenti in materia di diversity & inclusion, chiedano consulenza ad esperte/i di studi di genere, razza e sessualità, e che nel veicolare le immagini pongano estrema attenzione alle conseguenze di un determinato linguaggio visivo.

Noi siamo pronte ad offrire il nostro contributo e la disponibilità ad incontrarci ogni qualvolta lo si ritenga necessario, sperando di prevenire situazioni spiacevoli, come questa, e lavorare insieme per costruire un’immagine della città e del paese in linea con l’assetto sempre più demograficamente multiculturale. Inoltre vorremmo essere ascoltate quando si affronta il tema del razzismo, in quanto, benché chi non è vittimizzato possa provare empatia, riteniamo che l’autorità e l’autorevolezza di esprimersi sulla sofferenza fisica e psicologica spetti a coloro che il razzismo lo vivono in prima persona, tutti i giorni, e in vari modi.

Riteniamo che questo discorso valga per tutte le cosiddette “minoranze” e categorie non dominanti che rispondono al genere, alla sessualità, allo stato di salute, alle condizioni fisiche o alla classe sociale. Siamo convinte che dall’ascolto si possano costruire le basi per formulare soluzioni finalizzate al miglioramento della società. È importante capire (e ripetere all’infinito) che quando un gruppo di soggetti che condividono una specifica identità è coinvolta in quella che ritiene essere un’offesa, non esiste voce esterna che possa negare tale sentire.

Non si può parlare per altri e non ci si può rifiutare di ascoltare, non se si vuole essere realmente inclusivi, se si punta all’integrazione, se si vuole una Milano, e un’Italia, multiculturali. Altrimenti si può fingere, mostrando sulla copertina di un giornale una piccola ne*retta (ma non troppo) accucciata alla caviglia di un uomo il quale, guardando dritto l’obiettivo sorride, pensando di aver vinto una sfida che non ha nemmeno ancora compreso.
Un cordiale saluto,

Le autrici:
Eden Embafrash, Donna Nera
Alesa Herero, Donna Nera
Kwanza Musi Dos Santos, Donna Nera
Kiasi Sandrine Mputu, Donna Nera
Leaticia Ouedraogo, Donna Nera
Sara Tesfai, Donna Nera
Susanna Owusu Twumwah, Donna Nera
Angelica Pesarini, Donna Nera
Loredane Tshilombo, Donna Nera
Sottoscrivono:
Esperance Hakuzwimana Ripanti, Donna Nera
Evelyn S. Afaawua, Donna Nera
Michelle Ngonmo, Donna Nera
Elisabetta Zerazion, Donna Nera
Aminata Aidara, Donna Nera



Articolo pubblicato in Articoli, il 02 maggio 2019