Li ha salutati come amici “perché amate i libri”. È cominciato così l’incontro con Jeffery Deaver nella casa circondariale di Monza con i detenuti che frequentano il laboratorio di scrittura creativa, cominciato con il corso di Alessandro Mari all’interno del progetto La biblioteca è una bella storia, che continua autogestito tutte le settimane. Loro avevano studiato i suoi racconti e letto l’ultimo libro e Jeff ha accettato di incontrarli all’interno del suo tour promozionale, è stato uno dei due suoi interventi a BookcityMilano.

Vi racconto come ho cominciato a scrivere. Non avevo talento per gli sport, ero uno sfigato e nessuno mi voleva in squadra e le ragazze pon pon non mi degnavano di uno sguardo. Così non mi restava che andare in biblioteca. Avevo dieci anni quando lessi per la prima volta James Bond e la scena del bacio mi repelleva. Anni dopo andai a cercare proprio quelle scene, Ho capito subito che mi piaceva leggere e scrivere, mi piaceva il rapporto tra lo scrittore e il lettore. Così ho cominciato a scrivere storie di sfigati che salvavano ragazze pon pon dai pirati e così le conquistavano e le strappavano ai leader della squadra. Erano terribili, ma servirono a farmi capire che volevo e potevo scrivere, forse anche altro. Sono passato così alla poesia, che amo perché less is more: nella poesia con poco riesci a esprimere molto. Ero adolescente e pensavo di poter diventare ricco con la poesia. Ero pagato a versi, non guadagnai mai più di sei dollari. Capii che non la poesia non sarei mai diventato ricco. Mi piaceva molto la musica, pensai che facendo il cantautore forse avrei potuto guadagnare di più, conquistare le ragazze. Come paroliere non ero male, ma il canto non era il mio forte e le ragazze non apprezzavano.
Le giornate in biblioteca erano bellissime. Leggevo gialli, avventura, fantasy. horror. Cominciai a pensare che potevo scrivere le cose che amavo leggere. Scartai la fantascienza perché non sono uno scienziato e non mi sentivo capace, scartai l’horror perché sapevo di non poter competere con Stephen King, il fantasy perché avrei dovuto scrivere almeno duemila pagine e non mi sentivo le energie. Pensai che il crime story poteva essere la mia strada. Così ho scritto il primo romanzo. Mi sembrava bellissimo ma non trovai nessuno che condividesse questo giudizio. È stato respinto una quarantina di volte. Ovviamente restai deluso e avvilito, pensavo che non sarei mai stato uno scrittore. Ma qualcosa era successo, volevo davvero scrivere e così ho continuato e sono arrivato a pubblicare il primo libro. Non so descrivere l’emozione di entrare in libreria e vederlo, erano solo due copie, a scaffale, settimana dopo settimana restavano due copie. La ragazza che frequentavo allora un giorno entrò, ne prese una delle due e la dovette spolverare. Pian piano i miei libri hanno cominciato a incontrare il loro pubblico e a piacere, sono stati tratti bei film e da trent’anni faccio lo scrittore a tempo pieno. Scrivo libri di genere, romanzi e racconti, e mi sento a mio agio.

Alla domanda sul suo metodo di lavoro JD ha spiegato che in sostanza esistono due metodi che valgono sia per la letteratura che per la saggistica: il primo è costruire un progetto, come per un edificio, dove si sa esattamente quale deve essere il risultato; il secondo è come una semina, si butta un seme e non si sa esattamente come verrà il fiore. Non ce n’è uno migliore dell’altro, ogni scrittore sceglie quello con cui si trova meglio. Lui segue il primo, lavora circa otto mesi, otto-dieci ore al giorno per preparare il piano dell’opera e fare le ricerche. 
Ne vengono fuori 150-200 pagine con tutti gli elementi, personaggi, trame, indizi.

Nei miei romanzi si incrociano sempre tre o quattro trame, in un arco di tempo ridotto, è tutto molto veloce. Se non avessi l’architettura non riuscirei a dare quel passo rapido. I lettori spendono tempo e soldi, si meritano che tu sia rigoroso. Devo dare il massimo. Prima di scrivere devi avere la scaletta, anche solo di una pagina, devi sapere dove vuoi arrivare. In questo modo non hai mai il blocco dello scrittore. Quando nel preparare l’architettura non capisci dove vuoi andare, è meglio rinunciare. Alcuni libri è meglio non scriverli. Meglio buttare il piano dell’opera a metà strada.
E arriviamo alla fine. Hemingway diceva che non esistono grandi scrittori ma solo grandi riscrittori. Lo rileggi tante volte, lo correggi, tagli. A me succede che da 500 pagine arrivo a 300 che mi sembrano buone.

Un bellissimo incontro, una grande lezione e un fortissimo incoraggiamento a scrivere e a leggere.
Grazie a Deaver, all’ufficio stampa Rizzoli, a BookcityMilano e alla Direzione della casa circondariale di Monza.

Articolo pubblicato in Articoli, il 27 ottobre 2015