Di Michela Poletti

Italia, 2019. La nazionale di calcio femminile si qualifica ai mondiali dopo 20 anni di mancata partecipazione al torneo più ambito di tutti, e questo dovrebbe essere motivo di orgoglio. Dovrebbe, per l’appunto. Perché siamo comunque in Italia, e nel clima di odio e intolleranza che si sta andando a delineare nel Bel Paese, non possono mancare commenti sessisti nei confronti del calcio femminile “che fa schifo” e le cui giocatrici vengono additate come “4 lesbiche che non meritano soldi”.

Come se non bastasse fioccano commenti razzisti anche nei confronti del nostro capitano, Sara Gama, nata in Italia da mamma italiana e papà congolese, diploma di maturità scientifica e laurea in lingue. Ma Sara viene discriminata per il colore della pelle, “accusata” di non essere italiana, con affermazioni che rasentano il vergognoso.

In un paese in cui il calcio femminile non è ancora considerato professionismo, ma la nazionale femminile si qualifica ai mondiali e quella maschile no, è realmente complicato immaginarsi un’uguaglianza sociale. Stiamo parlando del fatto che la serie A femminile in Italia sia ancora considerata dilettantismo, che non ci siano veri propri contratti di lavoro ma accordi economici tra le parti. Ma anche le giocatrici della squadra femminile degli Stati Uniti, 3 volte vincitrice dei mondiali (tra cui gli ultimi del 2015), ha uno stipendio pari al 40% di quello della controparte maschile, che è salita sul podio al terzo posto una volta sola, nel 1930. Anche la disparità nell’investimento per i tornei maschili e femminili è molto consistente.

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Ci riferiamo ad una situazione di disparità sociale a livello globale tale da poter permettere che “Quasi 1700 giocatrici militanti nei sette principali tornei di calcio femminile su scala mondiale non riescono, sommando i loro stipendi, a raggiungere l’ingaggio stagionale corrisposto dal Paris Saint Germain al solo Neymar (circa 43,8 milioni di dollari lordi)” (l’articolo completo lo trovate qui).

La storia del calcio femminile è tutta in salita, e anche in fase di incubazione questi mondiali sono stati segnati dallo sciopero delle atlete azzurre, per ottenere che i campionati di serie A e serie B femminili venissero gestiti dalla FIGC e non più dalla Lega Dilettanti.

È sempre più evidente quanto la nostra società abbia bisogno di essere educata tramite i principi dell’intersezionalità a combattere i preconcetti, le disuguaglianze di genere e sociali; non siamo ovviamente certi che le cose cambierebbero radicalmente, c’è però la convinzione che avremmo tutti maggiori strumenti e conoscenze per poter riflettere un attimo in più sul significato di quello che diciamo e scriviamo.

Marta, la miglior marcatrice di sempre, dopo la sconfitta del Brasile contro la Francia, vuole ricordare alle generazioni future di continuare a combattere per riuscire a cambiare le cose: «Senza dubbio, questo è stato un momento speciale e dobbiamo godercelo. Dico questo nel senso di valorizzare, dare più valore a quello che abbiamo fatto. Chiediamo tanto, chiediamo appoggio, ma dobbiamo anche saper apprezzare tutto questo. Scusate l’emozione, è un momento molto toccante. Volevo essere qui sorridente, piangere di gioia. Ecco, credo che questo debba essere il principio: dobbiamo piangere all’inizio, per sorridere alla fine. Quando dico ciò, intendo che bisogna desiderare di più. Allenarsi di più. Bisogna essere pronte a giocare novanta minuti, anzi trenta minuti in più del tempo che dura una partita. Questo è ciò che dico alle bambine: il calcio femminile dipende da voi per sopravvivere. Riflettete su questo, date valore a ciò: piangete all’inizio, per sorridere alla fine»

La risposta più bella che potesse arrivare a seguito dei commenti discriminatori e razzisti è quella della capitana Sara che ha postato un tweet in cui scrive: “Le risposte sempre sul campo e tra noi. Al lavoro.”.

Ha messo a tacere tutti, ha lasciato correre rispondendo col silenzio e l’entusiasmo di chi ci crede fino alla fine, di chi sa che gioca a calcio per divertirsi, non per fini di lucro. E allora forse, se si tornasse a giocare semplicemente a calcio per il gusto di farlo, se si facesse uno sport perché ci piace, magari si tornerebbe ad assaporare il senso delle cose senza dietrologie, cercando di fare in modo che le peculiarità di ognuno vengano valorizzate piuttosto che discriminate.

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antidiscriminazioni sport
25 giugno 2019