L’ISTINTO, IL CUORE E LA RAGIONE. Daniel Pennac #VersoIl20Maggio

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Abbiamo intervistato Daniel Pennac per il #20maggiosenzamuri, qui risponde alla domanda: ci dicono che non possiamo accoglierli tutti, tu che cosa pensi?

Ci ha anche regalato il testo che aveva scritto per l’associazione La Cimade. L’abbiamo tradotto.

Una video-intervista inedita e un testo per aiutarci a riflettere su dove stiamo andando e come.

L’INTERVISTA

Se un uomo, una donna, un bambino soffrono e nessuno li soccorre, le sentiremo tutte. Tutte le scuse, tutte le giustificazioni, tutte le buone ragioni per non tendergli la mano.

Quando si tratta di non aiutare qualcuno, si sente di tutto. A cominciare dal silenzio.

Se quell’uomo, quella donna, quel bambino non sono soli a soffrire, se c’è una guerra alle nostre porte, se sono migliaia, decine, centinaia di migliaia, forse un milione a chiederci aiuto, non possiamo non parlarne. Il nostro silenzio sarebbe assordante.

Allora ecco che i politici, i giornali, le televisioni, le radio cercano le parole. E le immagini.

Devono parlare di vittime di guerra, giusto? Di uomini, donne, bambini bombardati, fucilati, torturati, terrorizzati, affamati. Le loro città sono state distrutte, le loro case bruciate. Hanno già perso un padre, un fratello, parenti, amici. Scampati alla morte, fuggono attraverso strade che non sono più strade, per salvare una vita che non è più una vita.

È di questa gente che dobbiamo parlare, vero? Di questa gente, di cui potremmo far parte anche noi. Sono persone che potrebbero essere me, te, voi.

Che potremmo essere noi.

Ma sono loro.

E come ne parlano i giornali, le radio, le televisioni, la rete? Quali parole hanno scelto? Quali parole ripetono dal mattino alla sera, giorno dopo giorno, senza mai cambiare, tutte le volte che apriamo un giornale, accendiamo una radio, un televisore, tutte le volte che ci connettiamo

Parlano di ESODO.

Parlano di MASSE.

Parlano di ORDE.

Parlano di ONDATE.

Parlano di MOLTITUDINI.

Parlano di INVASIONE.

Ripetono ossessivamente queste parole:

ESODO

MASSE

ORDE

ONDATE

MOLTITUDINE

INVASIONE

Mostrano instancabilmente le stesse immagini, immagini di folle. Grappoli umani attaccati a barconi che affondano, folle parcheggiate in campi che non possono contenerle, immense colonne di vittime buttate su strade che non finiscono che all’orizzonte. E mentre i nostri occhi non vedono altre immagini che queste, le nostre orecchie non sentono altre parole che queste:

ESODO

MASSE

ORDE

ONDATE

INONDAZIONE

MOLTITUDINE

INVASIONE

Di colpo non vediamo più l’uomo che soffre, né la donna, né il bambino… Non sono nemmeno più esseri umani, è un formicaio, un’ondata, un brulicare. Una minaccia spaventosa. Con frasi che ronzano come vespe intorno a quelle immagini.

“Non possiamo accogliere tutto il male del mondo!”

“Non hanno la stessa cultura…”

“Non hanno la stessa religione…”

“Non hanno le stesse tradizioni…”

“Grave minaccia per la nostra identità…”

E poco a poco è come se ciascuno di noi si sentisse solo e minacciato da questa marea umana che non ha più niente di umano. Di colpo è come se queste persone che non sono più persone, che sono loro, e non sono noi, fossero più numerose di noi. Come se fossero la maggioranza e noi la minoranza minacciata. Ed ecco che siamo tentati di chiuderci nel nostro silenzio, nella nostra paura, nel nostro rifiuto d’aiutare.

Stop !

Stacchiamo la radio, spegniamo il televisore, chiudiamo il giornale. Sconnettiamoci.

Concentriamoci. Ascoltiamo un altro silenzio. Quello di cui abbiamo bisogno per riflettere un po’.

E riflettiamo.

Un po’.

Quanti sono davvero l’uomo, la donna, il bambino che scappano da queste guerre e bussano alla nostra porta?

Cinquecentomila? Un milione? Due milioni ?

Quanti siamo noi, qui in Francia?

Sessantaseimilioni.

Sessantasei volte di più!

Sessantasei francesi non sono un numero sufficiente per accogliere una o due persone che soffrono?

No?

Ma quanti siamo in Europa?

Cinquecento e otto milioni.

Cinquecento e otto europei non sono un numero sufficiente per accogliere una o due persone che soffrono?

Davvero no?

Aggiungiamo 318 milioni di Americani, 146 milioni di Russi, 36 milioni di Canadesi, 23 milioni di Australiani, aggiungiamo un miliardo e 26 milioni di Indiani, un altro miliardo e 366 milioni di Cinesi…

Aggiungiamo il resto dell’umanità.

È evidente che non è una questione di numeri.

Ma di volontà.

Se vogliamo accogliere l’uomo, la donna, il bambino che soffre possiamo farlo.

Purtroppo nel momento in cui smettiamo di ragionare qualcosa ce lo impedisce. Qualcosa chiude la nostra porta e il nostro cuore. E questo qualcosa è

la nostra vecchia – e terribilmente umana – paura dell’altro,

la nostra vecchia – e terribilmente umana – paura del cambiamento,

il nostro vecchio – e terribilmente umano – istinto di conservazione.

Questo istinto non è di per sé cattivo. In effetti ha saputo conservare la nostra specie umana per tutta la sua storia. Ma è un istinto; bisogna farlo ragionare.

E allora, ragioniamo un po’.

Facciamo appello ai nostri ricordi.

Ormai sono un uomo anziano. Incredibile, sono diventato un vecchio! La vita di mio padre è andata, poi sarà il turno della mia. Sono passate così in fretta, queste due vite, che non smetto di stupirmene. Ho l’impressione che la mia sia durata dieci minuti, e che in questi dieci minuti siano passati setti decenni! E mi ricordo di tutte le volte, durante questi sette decenni, in cui certi discorsi, certe immagini tentavano di fare leva sul mio istinto di conservazione per dissuaderlo all’accogliere l’altro. Ne parlavamo spesso con mio padre. Anche lui, in gioventù, aveva udito le stesse voci che cercavano di chiudere la porta all’altro.

Ma chi era, questo altro?

Era già un rifugiato. Decine di migliaia, centinaia di migliaia, milioni di rifugiati.

All’inizio del ventesimo secolo c’erano gli Ebrei dell’Europa centrale che fuggivano dalle persecuzioni.

Poi, nel 1915, sono arrivati gli Armeni che fuggivano dai massacri turchi.

Poi, negli anni Venti sono venuti i Russi che scappavano dalla rivoluzione.

Negli anni Trenta gli Spagnoli, che fuggivano dalla guerra di Spagna.

Negli anni Cinquanta i Polacchi, gli Italiani del Sud, i Portoghesi che cercavano lavoro.

Negli anni Sessanta, con la decolonizzazione, sono arrivati gli Algerini, i Tunisini, i Marocchini e gli Africani dell’Africa occidentale.

Poi, a metà degli anni Settanta sono arrivati i Cileni, gli Argentini, i Brasiliani, i rifugiati dell’America

Latina che fuggivano dalle dittature dei loro Paesi.

Negli anni Ottanta sono arrivati i Cinesi, i Cambogiani e i Vietnamiti, dopo la guerra del Vietnam.

Negli anni Novanta, le vittime delle guerre di Serbia e Croazia.

E ne sto sicuramente dimenticando qualcuno: i Greci martirizzati dai loro colonnelli, i Libanesi dispersi dalla guerra, i Curdi cacciati via da tutti, gli affamati dei grandi paesi desertici…

Eppure tutte queste persone le abbiamo accolte. Tenendo a bada con la ragione il nostro istinto di conservazione cui abbiamo spiegato, per esempio, che l’altro può trasformarsi a sua volta in un aiuto, in un sostegno, in un Francese.

E sono loro, tutti questi rifugiati del ventesimo secolo, giudicati ogni volta così numerosi, che fanno, insieme a noi, la Francia di oggi

Come i rifugiati di oggi faranno, insieme a noi, la Francia di domani.

Articolo pubblicato in 20 maggio, il 14 maggio 2017